martedì 23 marzo 2010

La fine della persona come essere: Jean-Paul Sartre (parte II)

La grande decadenza del pensiero moderno, diventato all’improvviso nemico e carnefice dell’uomo, si può rintracciare in quella sostanziale rottura dell’unità e organicità del mondo tipica della teologia cattolica. I filosofi e i pensatori più in voga negli ultimi centocinquanta anni hanno lavorato sodo per distruggere la visione del mondo cordiale del cristianesimo per impiantare le basi del dualismo ontologico e relativizzare la società, includendo anche l’uomo.

Il pensiero cristiano prevede una sostanziale organicità del mondo, lacerato dal peccato originale e sanato dalla morte e resurrezione di Gesù: Dio è il centro del mondo e della storia e l’uomo è creatura e Figlio, parte sublime della creazione fatta per amore. L’uomo non è estraneo al mondo circostante ed è inserito provvidenzialmente in un mondo che può dominare con la tecnica e con l’intelletto. Il grande dramma del pensiero moderno avviene nella sostanziale rottura di tale organicità del mondo e dell’uomo. Partendo da Cartesio, il pensiero che si è andato sviluppando ricalca ed enfatizza la primordiale divisone del mondo in cui l’uomo perde il suo ruolo centrale di creatura e si comincia a muovere in un ambiente conflittuale e ostile a se stesso. Corpo, anima e intelletto diventano membri scollegati della natura umana, in competizione e distruzione tra loro e lo stesso mondo circostante subisce questo destino, in cui la materia e la coscienza diventano i nuovi nemici e demoni dell’uomo. L’uomo un tempo definito come “individuo di natura razionale” perde lentamente la sua dignità per sprofondare nelle tenebre del nichilismo.

In questo senso Sartre darà il suo macabro contributo al pensiero moderno, alla cultura della morte che schiavizza l’uomo e lo rinchiude nella gabbia che si è confezionato. Come spesso accade la vita personale segnerà la vita del filosofo: la scomparsa prematura del padre Jean-Baptiste, gli farà esclamare in età matura:“fu il grande evento della mia vita: restituì le catene a mia madre e mi diede la libertà” (1). La morte della figura paterna liberava Sartre da un fardello che lo avrebbe schiacciato, dispensandolo da questo “vincolo familiare marcio” (2) e dal peso di Dio da cui si sarebbe affrancato velocemente.

Se Compte rompeva la persona umana partendo dalla negazione della sua “individualità”, Sartre farà lo stesso partendo dalla “natura”.
La divisione fondamentale del pensiero di Sartre è tra il mondo della materia e il mondo della coscienza, ovvero tra il “être-en-soi” (l’essere in sé, ovvero la materia) e il “être-pour-soi” (l’essere per se, ovvero la coscienza),

L’essere in sé è l’oggetto della nostra coscienza ed è il mondo determinato,fisso, inanimato mentre l’essere per sé è incompleto, dinamico, in quanto siamo esseri in processo che decidono in ogni momento quello che vogliono essere. In questo senso, ancora non siamo in assoluto esseri umani, stiamo ancora decidendo quello che vogliamo e scegliamo di essere. Riassunto in una frase di Sartre: “l’esistenza precede l’essenza”: ovvero il fatto di essere vivi, di esistere è qualcosa che è anteriore alla nostra natura, al nostro essere. Niente e nessuno ci determina e ci plasma prima del nostro inizio su questa terra, siamo noi che scegliamo in un divenire continuo ciò che saremo. Per questo Sartre nega l’esistenza di una creazione divina: se Dio ci ha creati ci deve aver dato una certa “natura personale,” ci deve aver dato per lo meno un minimo di concrezione, un qualcosa con cui la sua mano ci abbia plasmato. Questo non può avvenire per Sartre perché limiterebbe la nostra libertà di cambiare come vogliamo, non si può accettare nessuna creazione perché non si può accettare alcunché in noi che si possa considerare “creato” e quindi già plasmato, immodificabile. Proprio lui proclama fieramente:

“Non esiste la natura umana perché non esiste un Dio che abbia una tale concezione”. (3)

Non esistendo il concetto di umano, non esiste neanche il concetto di “inumano” per Sartre:

“Le situazioni più atroci della guerra, le peggiori torture, non creano uno stato umano delle cose; non esistono le situazioni inumane” (4).

Per questo motivo Sartre nel 1956, vedendo i carri armati sovietici invadere l’Ungheria, cercava di dissuadere lo sdegno dell’opinione pubblica dicendo che “la violenza comunista è la malattia infantile della nuova era”. Sono i piccoli dettagli da sopportare in attesa della nuova creazione comunista, la difesa indifendibile di Sartre.

Ma il dualismo una volta impiantato nella realtà può avere effetti inimmaginabili: oltre a cadere in un facile manicheismo, anche la relazione uomo-donna diventa conflittuale. L’uomo è associato all'essere per sé e quindi intrinsecamente positivo e libero e la donna all’essere in sé, come l’essenza del mondo, schiava e inutile, o per dirla alla Sartre “nauseabonda“. Sarebbe curioso vedere la faccia delle tante femministe innamorate di Sartre e della sua pretesa libertà sessuale quando si rendessero conto di essere state paragonate alla materia infima e immonda. La stessa sessualità diventa relativa e un fatto meramente culturale, non esiste nessuna base determinata per i sessi (impensabile per il filosofo), ed essi si formano nel vissuto e nelle relazioni umane. In definitiva non si nasce uomini o donne, ma si è indefiniti fino allo sviluppo del sesso che si preferisce. La breccia creata dal pensiero sartriano arriva a toccare la stessa realtà e la relazione con l’Altro, il prossimo, che è un mero oggetto della relazione, un “essere in sé”, cui è impossibile amare, lo si può o dominare o essere dominati. Niente amore, solo masochismo e sadismo. L’amore schiavizza, rende impotenti, uccide per Sartre: “il mio peccato originale è l’esistenza dell’Altro” (5), finirà per affermare.

Sartre è il filosofo del nulla. Idealizzato a sinistra per il suo impegno nel partito comunista francese, si ritroverà inghiottito nel suo stesso pensiero esistenzialista, come in un mulinello torbido dove è distrutta ogni possibilità di sopravvivenza per l’uomo, senza amore, senza vita, senza nessun senso al tempo che scorre. Un mondo avverso, profondamente ostile è quello che Sartre presenta all'uomo spersonalizzato e sodomizzato, un incubo in cui regnano odio e terrore, conflitto e "nullificazione" della realtà, un lento cammino verso il suicidio per la nausea provocata dal mondo circostante.

Come si può intuire, notevole è la sua influenza nel pensiero moderno, il nichilismo distruttivo, l’ateismo senza limiti morali, la discussione tra genero e sesso, l’omosessualità come scelta di vita, l’individualismo e il rifiuto dell’uomo come essere e come prossimo. Un grande filosofo della morte.

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1) Jean-Paul Sartre, Words, Hamish Hamilton, Londra, 1964, pag.13

2)Ibidem

3) D. de Marco/Benjamin Wiker, “Los arquitectos de la cultura de la muerte”, Ciutadela Libros, Madrid, 2007, pag 165. Versione originale in lingua inglese:http://books.google.com/books?id=IRfC5enFeH8C&printsec=frontcover&dq=donald+de+marco&hl=es&cd=1#v=onepage&q=&f=false

4) Ibidem

5) Jean-Paul Sartre, Being and Nothingness, Citadel Press, New York, 1964

lunedì 15 marzo 2010

La fine della persona come essere: Augusto Comte (parte I)


Il pensiero filosofico e intellettuale nella storia dell’umanità ha sorretto e indirizzato la politica e le scelte delle società abitata dagli esseri umani. Questa è una verità semplicissima spesso scordata e tralasciata per meri interessi puntuali, per perpetuare l’illusione di un presente senza passato. Significa che la trasformazione della società e della politica da essa sviluppata cammina di pari passo con il pensiero filosofico dominante nell’epoca di riferimento, ovvero che nessuna società nasce senza il bagaglio necessario fornitogli dagli intellettuali e dai pensatori che giustificano e danno senso all’agire umano in un dato periodo storico. Tutte le grandi epoche storiche hanno avuto il loro “traino” intellettuale che ha permesso l’instaurarsi di una certa civiltà. Fu cosi a Roma, con la filosofia greca adattata allo spirito pratico dell’Urbe, la Scolastica nel Medio Evo, l’ Illuminismo per la rivoluzione francese o il marxismo e l’utilitarismo liberista nel secolo scorso. E si potrebbero fare innumerevoli esempi per dimostrare come politica e pensiero sono un unico svolgersi che si influenzano reciprocamente. Mi sono spesso chiesto, dove e come è iniziata la grande trasformazione odierna, ovvero quando la società moderna ha intrapreso questo cammino verso la distruzione dell’uomo e il proprio annichilamento spirituale ed intellettuale. Quali sono stati gli uomini che hanno permesso nelle ultime generazioni l’imbarbarimento dei costumi, il nichilismo arrogante, la fine di un’ideologia cordiale con l’uomo e la sua esistenza che rappresentava il pensiero cristiano. E di come queste grandi novità inserite a forza nell'ordinamento giuridico degli Stati siano state accolte con tanto fervore e zelo giacobino dalla maggior parte degli esseri umani, intellettuali e non, pronti a tacciare come “profeti di sventura” coloro che vedevano l’alone della morte scendere sulla civiltà umana, sotto il nome di “progresso”. Gli stessi che si sentivano liberati dal peso della morale e dai doveri societari, erano gli stessi volenterosi carnefici che facevano del mondo un luogo di violenza e barbarie, dove regnava e tuttora regna l’individualismo, il piacere assolutizzato e la libertà senza limiti.

Un libro illuminante in questo senso è “Architects of the culture of death” (Gli architetti della cultura della morte) di D. De Marco e B.Wiker (1).

In questo articolo vedremo solo uno di questi architetti della cultura della morte, per capire come il pensiero si riflette nella società e la trasforma: Augusto Comte (nella seconda parte toccherà a Jean-Paul Sartre).

Il filosofo francese fu portatore e fautore di una nuova religione che tolse Dio dal suo trono legittimo, ponendo al suo posto l’uomo nuovo da lui stesso ideato.
Figlio di una famiglia cattolica durante la persecuzione della Rivoluzione francese creò un tipo di Umanità che avrebbe soppiantato il Dio del cristianesimo per instaurare l’era del Grande Essere – Le Grand Être – ovvero l’Umanità - di cui il filosofo sarebbe diventato il suo vate, o il Grande Sacerdote, per dirla con le parole di un altro architetto della morte, il suo amico John Stuart Mill, il teorico dell’Utilità come bene supremo. Comte era convinto che il cristianesimo fosse intrinsecamente senza rimedio e fallito perché antisociale: l’uomo cristiano è essenzialmente egoista perché cerca la propria santità e salvezza invece di occuparsi del benessere dell’Umanità. L’ “egoismo cristiano” era intollerabile per Comte, perché i cristiani sono in questo senso “anarchisti”, non sono assimilabili nella nuova religione dell’Umanità e del sapere scientifico e per questo sono causa dei disordini del tempo. Il comandamento dell’amore cristiano per il prossimo non era sufficiente per Comte che accusava il cristianesimo di aver fallito nella struttura sociale che aveva creato. In questo senso per il filosofo, tutto ciò che appartenesse alla metafisica e alla teologia non era degno di considerazione e non era utile; solo le scienze empiriche avrebbero portato alla conoscenza definitiva, o alla fisica sociale, che chiamò “sociologia”. Da qui il rifiuto dell’idea di persona derivante dal cristianesimo, come soggetto di diritto creato e amato dal Padre, perché si contrapponeva all’unica realtà possibile e concepibile, l’Umanità. L’uomo come entità ontologica è inesistente nel pensiero comtiano, semplicemente non esiste, è un non-essere. Esso deve subordinarsi al nuovo dio, il Grande Essere, adorarlo e sommettersi alla sua potenza:il culto dell’Umanità porterà quindi la giustizia sociale che anela e che è disattesa nel presente. Egli stesso afferma:

“La fede cristiana consacrava la personalità di un’esistenza che al vincolare ogni persona direttamente con un potere infinito, la isola profondamente dall’umanità”. (2)

L’uomo in sé cessa di esistere, diventa un ingranaggio minuscolo della nuova divinità, non è più portatore di nessun diritto ma solo di doveri nella nuova società del sacerdote-filosofo, è la vittoria della “sociabilità” sulla personalità, in definitiva è la morte dell’uomo:

“L’uomo propriamente detto non esiste; solo può esistere l’Umanità, poiché tutto il nostro sviluppo è dovuto alla società, da qualsiasi aspetto lo si veda. Se l’idea di società sembra ancora un’astrazione della nostra intelligenza, è soprattutto a causa del vecchio regime filosofico”. (3)

L’uomo liberato dal peso e dalla schiavitù di Dio, sarebbe diventato servo dell’Umanità. L’uomo dovrà sacrificare tutto se stesso per fondersi in un amalgama informe, arrendersi al titano imbattibile e rinunciare ai propri diritti: insomma, l’uomo si deve autoeliminare perché è un “astrazione metafisica” e deve lasciare il passo all’Umanità. I diritti rafforzando l’individualità e la persona, finiscono per dare senso all’uomo, lo riconoscono e per questo sono inconciliabili con la nuova religione: essi sono una costruzione “teologico-metafisica da abolire, insieme alla ricerca delle cause prime degli effetti. Devono esistere solo doveri che devono subordinare la personalità alla società. In pratica, non si possiede nessun diritto se non quello di fare sempre il proprio dovere.

“Tutti i diritti umani sono quindi assurdi e altrettanto immorali. Dato che esistono solo diritti divini, questa nozione deve rifiutarsi categoricamente, come referente al regime preliminare e direttamente incompatibile con lo stadio finale, che solo ammette doveri, secondo le funzioni”. (4)

E’ la vittoria della società sull’uomo, della legge sull’amore, della morte sulla vita. La visione atea e filantropica alla Comte crea una società utopica controllatrice, morbosa, che non riconosce nessun “altro” se non la propria negazione, ovvero l’Umanità. Una società che crede di sopravvivere senza uomini, è una società morta prima di nascere, che farà dell’intolleranza e dell’ingiustizia la propria essenza, in nome del nuovo dio impersonale che non può essere criticato.

Per capire l’impatto del pensiero di Comte nel mondo moderno è utile partire proprio dalla morte dell’uomo come entità. La sua influenza è chiara nelle politiche del disprezzo della vita dell’essere umano come tale, nel relativismo, nell’assolutismo scientifico e nel dominio della tecnica del nostro tempo, nella filantropia delle Ong che promuovono contraccezione, sterilizzazione e aborto in nome dello sviluppo. Il filosofo francese, disprezzando l’uomo e sostituendo il Dio Cristiano con il Grande Essere (l’Umanità), ha terminato amaramente i suoi giorni adorando l’immagine della sua amica-amante Clotilde, recitando poesie e lamenti all’icona della donna posta sull’altare dal lui creatogli.

Una fine da povero pazzo, corroso dal suo stesso impianto filosofico senza speranza né via d’uscita.

(fine prima parte)
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1) Il libro è disponibile in Google Books, nella sua versione inglese:
2) Augusto Comte, “Catècisme positive, Garnier, Paris, 1890, p.166 (Catecismo positivista o exposición resumida de la religión universal, Editora nacional, madrid, 1982)
3) Ibidem, Tomo VII, “Système de politique positive, vol I, pag. 338 – da José MªPetit, Filosofia, politica y religión en Augusto Comte, Barcelona, Ediciones Acervo, 1978, p.230
4)Ibidem, Tomo VII, pag 363

lunedì 8 marzo 2010

L'isola della speranza


Molti anni fa, il Re di un paese sovrano rifiutò di continuare a pagare gli esorbitanti interessi che gravavano sui prestiti concessi da certi banchieri italiani. L'atto coraggioso del monarca permise all'Europa intera di liberarsi dal cappio strettogli da quella classe che Dante apostrofò con parole sprezzanti: "La gente nuova e i sùbiti guadagni/orgoglio e dismisura han generata" (Inferno, Canto XVI). E' la storia di Edoardo III e dei banchieri fiorentini più famosi dell'epoca, i Bardi e i Peruzzi (1). Con il fardello dei prestiti che avevano concesso al Re d'Inghilterra, erano riusciti a mettere con le spalle al muro il sovrano inglese e addirittura si erano permessi il lusso di boicottare la nuova moneta battuta dal Re per divincolarsi dal debito che opprimeva la nazione. Non ci fu altro rimedio che il ripudio sovrano del debito, vennero sospesi i pagamenti e i banchieri italiani dichiararono bancarotta. La storia racconta dell'onta imperdonabile del monarca che si rifiutò di pagare i debiti, rovinando i banchieri.

I finanzieri dell'epoca, i guelfi neri che Dante odiava, avevano scuoiato la fiorente economia fatta di fiere nazionali e commerci con i loro prestiti che servivano ad ingrassare l'economia da cui poter estrarre i succosi interessi, a volte anche superiori al 15%. Spesso, per aggirare il divieto di usura imposto dalla Chiesa, gli Stati donavano ai finanzieri delle concessioni, quali l'esazione delle imposte o il monopolio del commercio della lana, che fungevano da garanzia e da "interesse" fisico, e lentamente erodevano la sovranità dei recenti Stati Nazionali. In quel modo Edoardo III, rifiutando di onorare e servire un debito ingiusto e dannoso per la sua popolazione, scelse l'arma suprema degli Stati Nazionali, che rivendica la superiorità del potere politico su quello economico e finanziario, che pone il benessere dei suoi cittadini al di sopra degli obblighi del debito. In altre parole, affermò "la vita della nazione, prima che i diritti della contabilità" (2).

Qualcosa di simile è successo in Islanda, questa volta non per grazia del sovrano ma per lo strumento più odiato dai burocrati del nostro tempo, il referendum popolare. Il popolo islandese ha espresso il suo giudizio riguardo alla restituzione di 3700 milioni di euro al Regno Unito e all'Olanda per il fallimento della banca islandese Landsbanki, rifiutando con il 93% (solo 1,6% ha votato a favore) la restituzione del denaro (3), che avrebbe significato per i 320.000 abitanti dell'isola pagare 16.500 € ognuno, ovvero 100 € al mese fino al 2025. Il popolo si è rifiutato, contraddicendo gli interessi della finanza e salvaguardando i loro e quelli delle generazioni future. In pratica, si sono comportati come Enrico III, questa volta in forma collettiva, affermando il proprio diritto alla sopravvivenza. In precedenza il governo islandese aveva annunciato che avrebbe garantito i risparmi dei conti correnti dei propri cittadini ma che non si sarebbe fatto carico di quelli dei risparmiatori (o speculatori) inglesi e olandesi che si erano riversati nell'isola che offriva il 5 % l'anno sui depositi on line. Adesso il paese è accerchiato da tutti a causa dello smacco sovrano del suo popolo: l' FMI non concederà prestiti fino a quando l'isola non troverà un accordo per la restituzione del debito, l'Unione Europea rimette in questione l'entrata dell'euro della piccola isola e la Gran Bretagna ha già adottato le leggi del terrorismo sui conti islandesi, alla pari dell'Iran e della Siria. Insomma, il rifiuto islandese ha fatto venire il prurito alla finanza mondiale e ai burocrati non eletti.

Una piccola nazione circondata dal mare sfida l'oligarchia finanziaria mondiale che mette gli interessi bancari al di sopra dellla vita delle persone. E' l'unica speranza di un Europa morente, oppressa da tecnocrati e massoni, di ritrovare le proprie sovranità nazionali.

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1)Per un resoconto esaustivo consultare: Maurizio Blondet, "Schiavi delle banche", Effedieffe Edizioni, capitolo IX e X
2)M.Blondet, op.cit., pag. 71

lunedì 22 febbraio 2010

La tragedia greca di Goldman

The new Goldman Sachs building downtown reflecting off buildings

Esistono due tipi di nazioni: quelle che controllano le loro finanze e quelle che “sono finanziate”. (Ezra Pound)


C’è bisogno di una sana ammissione da parte delle persone di buona volontà, di quei lavoratori che formano l’ossatura di una nazione con il loro sudore e con il loro risparmio, ed ammettere che siamo stati irrimediabilmente fregati. Ammettiamolo, perché è l’unico passo per una nuova economia, una nuova società, un nuovo corso degli eventi. La dimensione della truffa alla quale tutti noi siamo stati spettatori partecipi ed entusiasti, marionette da applausi comandati, si sta svelando poco a poco, cadendo sotto il peso della grande bugia che regge la nostra società: il debito inservibile.

Se ne è reso conto anche il New York Times (1), è quindi ora che ci sia una presa di coscienza collettiva. Sempre che il livello di anestesia generale non sia già arrivato allo stato comatoso vegetativo: allora saremmo già sconfitti e non avrebbero senso queste parole. La potente lobby finanziaria, capitanata da Goldman Sachs, ha aiutato Grecia, Italia e probabilmente anche la Francia, a truccare i propri bilanci per poter entrare nell’Unione Europea, attraverso un divertente giochino finanziario, chiamato Swap (2), che risultava invisibile nel bilancio presentato all’Unione Europea. Semplice vero? Immaginate se questo avvenisse con il vostro mutuo o la vostra rata dell’auto. Un giorno andate in banca e chiedete di rendere invisibile le vostre rate del mutuo.

Nella realtà sarebbe impossibile ma non nel fantastico mondo della finanza: l’importante è sapere a quali santi affidarsi e quale di essi è capace di fare i miracoli (rendere invisibili i debiti) ed il gioco è fatto. In questo modo i paesi caratterizzati da un alto deficit nell’Unione europea sono stati ammessi alla zona Euro e sono rientrati miracolosamente nei rigorosi standard di Maastricht (3% debito-Pil). Questo gioco non solo conveniva ai paesi con alto deficit, ma anche alla Germania, che oggi si lamenta e non vorrebbe salvare la Grecia, che ha cosi potuto imporre la sua moneta (l’euro è il marco europeo) favorendo le sue esportazioni in Europa.

In questo modo tutti hanno usufruito dei bassi tassi di interessi offerti dalla zona euro, che sono stati usati per indebitarsi fino all’insostenibile. La cosa più vergognosa di questa storia è la commistione fra interessi finanziari e politici che ha portato alla rovina dell’economia mondiale. I dirigenti della grandi banche, (JP Morgan, Goldman, Citigroup) hanno sempre una poltrona calda che li aspetta una volta che finiscono il loro mandato nelle enormi banche finanziarie. Non ci credete? I segretari del tesoro degli Usa degli ultimi anni provengono da Goldman Sachs: Rubin ha servito l’azienda per 26 anni, passando anche come dirigente di Citigroup per poi approdare al Tesoro USA nel 1995 e Paulson, il penultimo segretario del Tesoro era un uomo Goldman dal 1974. Il nostro intoccabile Mario Draghi, alla guida del Tesoro nel 1996, divenne Vice Direttore di Goldman nel 2002 (3) ed insieme a Prodi (altro consulente Goldman e poi scelto, guarda caso, alla guida della Commissione Europea) hanno fatto sparire i debiti grazie all’appoggio di Goldman proprio nel 1996. Poi a Draghi venne offerta la poltrona della Banca d’Italia nel 2006, dopo lo scandalo di Antonio Fazio. Altra casualità. Assistiamo impotenti allo spettacolo delle porte girevoli che collegano finanza e politica, che per anni sono state fatte girare sotto i nostri occhi, consumando il grande inganno pubblico con la speranza di ricchezza per tutti, benessere e profitto semplice per l’umanità. L’economia ha perso completamente il contatto con la realtà, e la finanza ha spolpato poco a poco i settori dell’agire umano: risparmi, immobili, pensioni, potere d’acquisto, tutto è stato cannibalizzato da questi signori delle porte girevoli. Ci aspettano tempi duri: Soros consiglia ancora più controllo ed assistenza istituzionale per salvare il mercato (4). Tradotto significa più potere alle burocrazie non elette e ai centri di potere invisibili. Il miliardario ungherese mette in dubbio anche il futuro dell’euro: memore delle sue battaglie contro la lira e la sterlina che riuscì a crollare in due giorni, starà già pensando a quello che succederà. In un caso o nell’altro può dormire sonni tranquilli: tanto se la Grecia riceverà gli aiuti sperati tanto se fallirà lui guadagnerà grazie ai CDS (Credit Default Swap) che lo coprono in caso di ripudio del debito ellenico. Però questo si, l’importante è che ci sia un governo mondiale, un organismo che vigili, più “controllo ed assistenza istituzionale”. Le care vecchie raccomandazioni del nonno buono.

Pochi giorni fa è uscito anche l’ultimo numero del Leap 2020 (5), gli analisti francesi che fino a questo momento non hanno sbagliato un colpo nell’anticipare le tappe della crisi. Ritengono che il caso greco, altro non sia che “l’albero che cerca di nascondere il bosco”, ovvero che il caso del debito greco offre l’opportunità per distogliere l’attenzione dagli altri due debiti sovrani (USA e Inghilterra) che sono ben più ingenti e voluminosi. Inoltre in questo modo si riesce a debilitare l’Eurozona in un momento in cui attrarre i capitali sul mercato è sempre più difficile e pieno di competizione. Si profila una guerra economica, senza esclusione di colpi bassi tra gli Stati per poter ottenere l’ossigeno, ovvero i capitali, che permettono mantenere la testa nascosta sotto le montagne di debiti che sovrastano gli Stati Nazionali. Un piccolo aumento, seppur impercettibile, del tasso di interesse può provocare una reazione a catena di insolvenze statali, obbligando i grandi debitori ad uscire allo scoperto. Oggi la Grecia, domani il Portogallo, poi Spagna, Italia, Francia e cosi via. Assistiamo impotenti al crollo del grande inganno, perpetrato da banchieri e governi in combutta.

Il nuovo ordine che nascerà da queste macerie non sarà affatto indolore.

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1)http://www.nytimes.com/2010/02/14/business/global/14debt.html?pagewanted=2&sq=goldman%20sasch&st=cse&scp=6

2)http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2010/02/09/how-greece-hid-its-borrowing-in-the-swaps-market/ ) Il debito è stato fatto sparire attraverso la trasformazione di quest’ultimo da yen e dollari in euro, con l’aiutino di un tasso di cambio fittizio ideato da Goldman, che permetteva alla Grecia di ottenere molto più credito che con il tasso reale, rendendo il tutto invisibile nel bilancio.

3)http://www2.goldmansachs.com/our-firm/press/press-releases/archived/2002/2002-01-28.html

4)http://www.cotizalia.com/noticias/soros-piensa-rescate-grecia-asegura-futuro-20100222.html

5)http://www.leap2020.eu/El-GEAB-N-42-esta-disponible!-Segundo-trimestre-de-2010-El-repentino-empeoramiento-de-la-crisis-sistemica-global_a4297.html

venerdì 12 febbraio 2010

Dove vai, Venezuela?


Scrivere del Venezuela è come analizzare una barzelletta rivestita con il dramma. Nonostante la storia finale del secolo scorso, c’è un uomo al potere nel paese dei Caraibi che lotta con tutte le sue forze contro la realtà e i fatti storici, richiamando un passato ideale che come già successe, una volta realizzato nel presente provoca distruzione, fame e violenza. Alcune settimane fa, Chavez si è dichiarato espressamente marxista (1): una parola che fa risuonare i gulag del nord della Russia e ricorda le spie dell’Est, viene ad incarnarsi di nuovo nel mondo attuale. Poiché il dramma di Cuba con i suoi 50 anni di comunismo reale non era sufficiente, dovremo di nuovo commentare la storia che si ripete, sempre “in forma di farsa” (questa frase è paradossalmente dello stesso Marx). Chavez non possiede né la visione strategica né l’intelligenza di Fidel: condividono lo stesso destino di morte, però tra di loro c’è un abisso. Freddo e calcolatore il primo, espressione del populismo più abietto e ignorante il secondo.

Il Venezuela sta sperimentando sulla propria pelle, la retorica del Socialismo del XXI secolo e della Repubblica Bolivariana: la cosa più tragicomica di tutto ciò è che quando nell’ultimo scorcio di gennaio Chavez faceva apertamente il suo outing, dichiarava candidamente allo stesso tempo di essere cristiano e di star cominciando a leggere “Il Capitale” di Marx. Sicuramente salterà i paragrafi del materialismo storico per non crearsi troppa confusione. L’ignoranza al potere è un arma a doppio taglio, e mettendo da parte il populismo e le parole vuote, il Venezuela sta soffrendo una grave crisi economica e sociale.

Dal Venezuela mi informano che la situazione è invivibile. I tagli e la razionalizzazione dell’elettricità sono frequenti e continui; anche l’acqua è razionalizzata e scarseggia, le strade di Caracas assistono ogni fine settimana a più di cento morti per omicidi con arma da fuoco. La teoria marxista applicata alla realtà sta trasformando la vita in un incubo. La vita quotidiana è un misto di rassegnazione, fatalismo e impotenza, che si aggiunge ad una società al limite della rottura sociale per la violenza di gruppi armati e impuniti.

La rivoluzione marxista bolivariana ha deciso di dar vita al piano per la “sovranità alimentare” (soberania alimentar, ndt) che si riduce alle espropriazioni sistematiche delle imprese private che producono alimenti, annunciate dallo stesso Presidente nei suoi discorsi televisivi, mentre le famiglie stanno cenando. La catena alimentaria Éxito ha sperimentato la mano economica del marxismo, vedendosi espropriare tutti i suoi bene per decreto del Goberno Nacional. Ai mezzi di comunicazione critici con il regime, viene intimata la chiusura: da poco la censura si è abbattuta su Radio Caracas Televisión Internacional (RCTVI) poiché non rispettava le leggi del Governo, ovvero non trasmetteva in diretta i discorsi del Presidente (2).

Espropriazioni, abolizione della proprietà privata, programmi educativi basati sul marxismo, milizie popolari di quartiere, chiusura dei mezzi di comunicazione, culto della personalità: Venezuela sta seguendo Cuba nel suo abisso. Nel mezzo delle proteste contro il regime, Chavez ha chiesto la collaborazione del Ministro cubano Valdés, considerato esperto in servizi di sicurezza repressivi e collaboratore della Stasi tedesca e del Kgb sovietico (4). Avrà molto da lavorare con i “borghesi fascisti traditori della patria” (5).

Nonostante le immense ricchezze petrolifere, Chavez ha dovuto svalutare la moneta (dollaro parallelo e dollaro petrolifero) rispetto al bolívar, fissando il tasso di conversione per favorire l’esportazione. Alcuni analisti notano che questo farà schizzare l’inflazione tra i 10 e il 15 punti percentuali, arrivando nel 2010 al 35% (6). Dettagli della differenza tra economia pianificata ed economia reale. Nell’Unione Sovietica queste differenze si risolvevano con l’aumento della produzione attraverso più ore di lavoro. Alla fine chi pagava il costo era sempre l’uomo, spesso con la propria vita.

Non si parla molto delle situazione del Venezuela in Europa, qualcosa si commenta in Spagna, però è poca cosa rispetto alla gravità della situazione. Il “mostro iraniano” occupa tutti gli analisti della politica estera. Che si occupino anche, un poco, del “mostro dei Caraibi”, se Israele glielo permette.

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lunedì 8 febbraio 2010

Le chiavi per educare nella fede i bambini


(scritto per Catalunya Cristiana)

Al giorno d’oggi non c’è compito più difficile di quello di essere responsabili dell’educazione nella fede cristiana dei bambini. Spesso le difficoltà che si trovano in questo cammino finiscono per far delegare questa missione ad altre persone, come per esempio alle catechiste della prima comunione o in qualche caso alla scuola.

Oggi c’è bisogno di riaffermare con urgenza il valore fondamentale che gioca la famiglia nell’educazione cristiana dei bambini, incarnata in quella “nuova evangelizzazione” che ci ha raccomandato Giovanni Paolo II. Il primo nucleo dove il bambino esperimenta la gioia di una vita nella fede e l’esperienza di Dio come Padre amorevole dovrebbe essere l’ambiente familiare, dove si forma la sua coscienza, il suo carattere e la sua attitudine di fronte alla vita. Non si può risolvere la questione con qualche sermone o partecipando alle feste religiose comandate; c’è bisogno ogni volta di più dei genitori, maestri ed educatori compromessi con un senso cristiano della vita, affinché i bambini non solo possano ricevere informazioni sopra Gesù ma soprattutto possano “respirare” la presenza dell’ Emmanuele, del Dio con noi. Essere padre o educatore non è semplicemente un compito: è principalmente una vocazione alla quale Dio ci chiama, una missione che dobbiamo ri-scoprire per poter essere evangelizzatori attivi con i nostri piccoli.

Le chiavi per educare nella fede i bambini si ritrovano nell’assumere questo ruolo vocazionale e nel sentirsi responsabili dell’ambiente nel quale il bambino si muove, cresce ed esperimenta. Se noi come cristiani siamo chiamati ad essere immagine viva dell’amore di Dio, ancora di più dobbiamo trasmettere questo senso della vita: essere amorosi, comprensivi, presenti, fermi in ciò che è necessario e flessibili in ciò che è convenzionale, essere delle guide nel cammino senza schiacciare o proiettarci in loro, affinché possano esperimentare la libertà di essere figli di Dio. In questo grande compito condiviso, è opportuno permettere che i bambini abbiano il loro tempo per assimilare e crescere. Ogni cosa tiene il suo tempo e non tutti i bambini rispondono allo stesso modo; ognuno di loro è unico e richiede un avvicinamento “unico”.

Si hanno bisogno di persone capaci di svegliare nei bambini la loro parte trascendente, per esempio attraverso i racconti e le storie della stessa Bibbia (Sansone, Davide, Gesù), per accendere in loro la scintilla della fede. Loro, i bambini, sono capaci di captare ciò che a volte sfugge alla comprensione dei teologi: il significato del sacro, il coraggio, il sacrificio, la lealtà, i rituali e perfino la drammaticità di alcune scelte della vita, resteranno impresse e formeranno la loro futura visione delle cose. Gesù lo ha detto esplicitamente: “Di quelli come loro è il Regno dei Cieli” (Mt 19:14).

E’ conveniente ricordare una frase assai opportuna di Giovanni Paolo II: “per il bambino appena c’è distinzione tra la madre che prega e la preghiera: soprattutto, la preghiera possiede un valore speciale perché prega la madre”. Il nostro amore, la nostra coerenza, il nostro esempio di vita cristiana e il nostro coraggio nello sfidare i metodi e i valori della società, sono il miglior passo per creare nei bambini una predisposizione all’azione di Dio.Al giorno d’oggi non c’è compito più difficile di quello di essere responsabili dell’educazione nella fede cristiana dei bambini. Spesso le difficoltà che si trovano in questo cammino finiscono per far delegare questa missione ad altre persone, come per esempio alle catechiste della prima comunione o in qualche caso alla scuola.

Oggi c’è bisogno di riaffermare con urgenza il valore fondamentale che gioca la famiglia nell’educazione cristiana dei bambini, incarnata in quella “nuova evangelizzazione” che ci ha raccomandato Giovanni Paolo II. Il primo nucleo dove il bambino esperimenta la gioia di una vita nella fede e l’esperienza di Dio come Padre amorevole dovrebbe essere l’ambiente familiare, dove si forma la sua coscienza, il suo carattere e la sua attitudine di fronte alla vita. Non si può risolvere la questione con qualche sermone o partecipando alle feste religiose comandate; c’è bisogno ogni volta di più dei genitori, maestri ed educatori compromessi con un senso cristiano della vita, affinché i bambini non solo possano ricevere informazioni sopra Gesù ma soprattutto possano “respirare” la presenza dell’ Emmanuele, del Dio con noi. Essere padre o educatore non è semplicemente un compito: è principalmente una vocazione alla quale Dio ci chiama, una missione che dobbiamo ri-scoprire per poter essere evangelizzatori attivi con i nostri piccoli.

Le chiavi per educare nella fede i bambini si ritrovano nell’assumere questo ruolo vocazionale e nel sentirsi responsabili dell’ambiente nel quale il bambino si muove, cresce ed esperimenta. Se noi come cristiani siamo chiamati ad essere immagine viva dell’amore di Dio, ancora di più dobbiamo trasmettere questo senso della vita: essere amorosi, comprensivi, presenti, fermi in ciò che è necessario e flessibili in ciò che è convenzionale, essere delle guide nel cammino senza schiacciare o proiettarci in loro, affinché possano esperimentare la libertà di essere figli di Dio. In questo grande compito condiviso, è opportuno permettere che i bambini abbiano il loro tempo per assimilare e crescere. Ogni cosa tiene il suo tempo e non tutti i bambini rispondono allo stesso modo; ognuno di loro è unico e richiede un avvicinamento “unico”.

Si hanno bisogno di persone capaci di svegliare nei bambini la loro parte trascendente, per esempio attraverso i racconti e le storie della stessa Bibbia (Sansone, Davide, Gesù), per accendere in loro la scintilla della fede. Loro, i bambini, sono capaci di captare ciò che a volte sfugge alla comprensione dei teologi: il significato del sacro, il coraggio, il sacrificio, la lealtà, i rituali e perfino la drammaticità di alcune scelte della vita, resteranno impresse e formeranno la loro futura visione delle cose. Gesù lo ha detto esplicitamente: “Di quelli come loro è il Regno dei Cieli” (Mt 19:14).

E’ conveniente ricordare una frase assai opportuna di Giovanni Paolo II: “per il bambino appena c’è distinzione tra la madre che prega e la preghiera: soprattutto, la preghiera possiede un valore speciale perché prega la madre”. Il nostro amore, la nostra coerenza, il nostro esempio di vita cristiana e il nostro coraggio nello sfidare i metodi e i valori della società, sono il miglior passo per creare nei bambini una predisposizione all’azione di Dio.

mercoledì 27 gennaio 2010

Lo spettro del default


Cerco di capire la situazione economica spagnola al momento attuale e mi ritrovo con tre notizie che fanno rabbrividire.

La prima: Goldman Sasch raccomanda proteggersi dal rischio di insolvenza della nazione spagnola comprando i CDS, ovvero le assicurazioni sul rischio di default di paesi sovrani (1). Un mercato gigantesco che è cresciuto a dismisura negli ultimi due anni, che non fa altro che speculare sul fallimento, o bancarotta che dir si voglia, degli Stati. Goldman scommette sullo sciacallaggio dei titoli statali a 5 anni. E’ il tempo di vita che l’enorme banca offre alla Spagna. Naturalmente il prezzo di queste assicurazioni è schizzato fino al 1,26%. Per coprirsi dal rischio un milione di euro di debito spagnolo bisognerà investirne altri 12.600 l’anno per proteggersi dal default. La febbre del default eccita gli sciacalli che fanno a gara a chi offre di più per vedere fallire un paese.

La seconda: la Spagna entra nella top ten del rischio di default del debito (2). Oggi è decima, l’anno scorso era al trentaquattresimo posto. Naturalmente adesso pochi investitori sono disponibili ad acquisire titoli pubblici di debito spagnolo ed esigono un rendimento più alto. La domanda è: fino a che punto la Spagna può offrire tassi di interesse competitivi per rendere appetibili i suoi titoli, proprio quando la propria economia è alle strette? Con quali mezzi convincerà gli investitori a finanziare il suo debito? I dati della produttività spagnola sono allarmanti: in un anno (2009) la produzione industriale (IPI) è crollata del 17,3% rispetto alll’anno passato (3), con picchi del -30% nel settore della produzione dei mobili, automobili, prodotti elettronici ed informatici. Zapatero, a suo rischio e pericolo, ha scelto la via dura: saranno tagliati 50.000 milioni di Euro di spese dalle spese statali. E’ il piano ultimo e insensato voluto dall’Unione Europea per risanare il deficit spagnolo. Assicura che non saranno toccate pensioni, sussidi ai lavoratori (paro), assistenza sociale ed educazione. Non viene specificato dove avverrà il ritaglio dei fondi (4), anche se è improbabile credere che non verrano toccati i punti dove l’intervento statale è più massiccio ed assistenzialista, quali la sanità e il “paro”, dove si stima ci siano circa un milione e mezzo di persone che stanno erodendo i propri contributi della pensione nel sussidio mensuale (5).

La terza: è allo stesso tempo la più brutta e forse la migliore notizia. Roubini, il noto economista dell’Università di New York prevede la rottura monetaria dell’Unione Europea a causa della minaccia incombente dell’economia spagnola. Dice che questo “non sarà probabilmente quest’anno e forse neanche nel prossimo”ma che il “rischio è crescente” (6). Giustamente afferma che una parte dell’eurozona sta diventando sempre meno competitiva rispetto al centro franco-tedesco. Il Club Med (Italia, Spagna e Grecia) insieme all’Irlanda e ai paesi dell’Est si contrappongono alla vecchia Europa (Francia e Germania), viaggiando a velocità diverse e con economie niente affatto omogenee. Fino a quando reggeranno il gioco la Germania e la Francia rendendo meno competitivo il proprio debito statale per non tagliare fuori gli altri paesi che devono offrire tassi di interesse sempre più alti per attrarre investitori? Naturalmente l’ipotesi di rottura economica è fuori considerazione da Trichet e gli altri funzionari dell’Unione Europea. E’ lecito però domandarsi per quanto tempo ancora gli altri paesi reggeranno il gioco e fino a che punto la periferia europea reggerà la pressione economica nei propri paesi, nel momento in cui l’euro forte soffoca l’esportazioni e danneggia la produzione interna. La tanto agognata misura di svalutare la moneta è un’opzione non contemplabile dall’Unione Europea: essa darebbe ossigeno ai paesi e alle economie che oggi si trovano in crisi profonda.

Ma come diceva giustamente Ezra Pound, la funzione che lo Stato dovrebbe sorvegliare con più cura è quella della sovranità nazionale, che è insita nel diritto di emettere denaro e di amministrare l’economia monetaria. E che compito dello Stato è governare per il benessere dei cittadini e che in quella direzione dovrebbe andare la “volontà” statale.

Il problema è che la nostra sovranità nazionale l’abbiamo abdicata da un pezzo.

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1) http://www.expansion.com/2010/01/18/inversion/1263854043.html

2) http://www.expansion.com/2010/01/27/economia-politica/1264597411.html

3) http://www.ine.es/daco/daco42/daco422/ipi1109.pdf

4) http://www.cotizalia.com/ultima-hora/gobierno-aprobara-viernes-recortara-50000-millones-20100127.html

5) http://tasadeparo.com/la-tasa-de-paro-alcanza-el-1793-en-el-tercer-trimestre.html

6) http://www.cotizalia.com/noticias/roubini-golpea-espana-amenaza-inminente-eurozona-20100127.html