giovedì 24 settembre 2009

Gerusalemme Est e il diritto della forza


La questione di Gerusalemme Est, ed in generale di tutta la West Bank (territori ad occidente del fiume Giordano) dimostrano tutto il disprezzo di Israele verso qualsiasi forma di diritto o norma che limiti e regoli le sue azioni. In questo senso, il diritto è nemico di Israele e Israele è nemico del diritto.

Dalla sua nascita, lo Stato di Israele non ha mai voluto fissare i limiti territoriali ad est. Dopo la guerra dei Sei Giorni, scattò l’annessione di Gerusalemme Est al territorio israeliano, sottraendola alla giurisdizione della Giordania. Vennero annessi 70 kilometri quadrati di alcuni municipi confinanti con Gerusalemme Est, oltre a 64 kilometri quadrati (con 28 villaggi annessi) nella West Bank, rispettivamente appartenenti ai municipi di Betlemme e Beit Jala (1). Una volta annesso il territorio bisognava renderlo ebraico: questo avvenne attraverso gli insediamenti dei coloni e con una politica discriminatoria verso gli abitanti palestinesi. A questi erano offerte due opzioni: o accettare lo status di cittadino israeliano, tradendo di fatto le proprie radici o divenivano “residenti permanenti” dello Stato di Israele. In pratica divenivano stranieri nella propria terra. Ai residenti permanenti non è concesso il permesso di lavoro (a meno di permessi speciali), non sono coperti dal servizio sanitario e non possono votare alle elezioni. La risoluzione 242 delle Nazioni Unite, che chiedeva il ritiro israeliano dai territori occupati, divenne lettera morta grazie all’interpretazione ambigua della versione inglese (le parole della risoluzione nel testo inglese, “withdrawal from territories”, non sono sembrate abbastanza chiare).

Per far capire la propria posizione, nel 1980 la Knesset, il Parlamento ebraico, ha emanato una legge che dichiarava Gerusalemme “capitale unita ed indivisa” dello Stato di Israele. In barba alle proteste di tutti gli Stati e al mancato riconoscimento, Israele lo considera ancora oggi territorio a tutti gli effetti israeliano.

Pochi giorni fa si è svolto un incontro a tre, tra Obama, Netanyahu e Abbas. La posizione americana è cambiata: dal congelamento delle colonie ebraiche si è passati ad una richiesta di rallentamento della loro costruzione (2). E’ un implicito riconoscimento a proseguire il piano di Israele di cambiare la geografia demografica della zona e di perpetuare l’occupazione. Solo la settimana scorsa, il 14 di Settembre (3) Netanyahu diceva che non avrebbe congelato gli insediamenti come richiesto da Obama. Appena una settimana dopo, anche il Presidente USA si è inchinato, e ha fatto marcia indietro, come dire…gentilmente potete frenare la costruzione di nuovi insediamenti?

La risposta israeliana non si è fatta aspettare. Ben 455 nuove case per i coloni ebrei saranno costruite nella West Bank (4), nonostante le proteste dell’Unione Europea, che definisce gli insediamenti “illegali secondo il diritto internazionale” (5). Il giornale Haaretz ha difeso i nuovi insediamenti affermando che sono vecchi cantieri, quindi legittimi. La destra religiosa incita il premier israeliano a non cedere nemmeno di un centimetro sulla questione degli insediamenti. Essi sono sacri, cosi come è sacro il suolo che si sta occupando. E’ tutto scritto.

Non fa niente che anche la Corte Internazionale di Giustizia abbia deliberato che gli insediamenti sono illegali, poiché costituiscono una violazione dell’articolo IV della Convenzione di Ginevra: essendo territori occupati è vietato trasferire una parte della propria popolazione in questi territori (6), ovvero i coloni.

Anche nella parte di Gerusalemme Est, sono pronti nuovi insediamenti (7), 104 lussuose case, con tutte le comodità del caso, per i fortunati coloni. Qualcuno dice non è legale? Sciocchezze. Anche questo è tutto scritto, aprite le sacre scritture.

La redenzione di Israele passa attraverso l’occupazione di terra, la prepotenza, la forza: è questo l’unico diritto che rispetta Israele.

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